lunedì 11 ottobre 2010

giovedì 7 ottobre 2010

Per il Tea Party sta scoccando "l'ora X". Quella della battaglia fiscale

Adesso la questione dei tagli alle tasse operati a suo tempo dal presidente George W. Bush jr. è davvero matura. La riduzione fiscale varata nel 2001 e ancora nel 2003 dalla Casa Bianca per far fronte alla recessione dell’universo “dot.com” e alla crisi anche economica seguita all’Undici Settembre scadrà il 31 dicembre prossimo e il dibattito sul dopo infiamma. Certo, pare strano: a rigor di logica, infatti, disaccordo e quindi dibattito proprio non dovrebbe esserci su una questione tanto sentita dalla gente che fra pochi giorni andrà alle urne e nel pieno della protesta fiscale dei “Tea Party”, soprattutto tenendo presente che quei tagli fiscali hanno fatto del bene sia ai cittadini sia all’economia nazionale, insomma che nessuno ha da lagnarsene. Chi sarebbe tanto folle da auspicare a gran voce l’aumento delle tasse? E difatti negli Stati Uniti nessuno propone oggi apertis verbis il rincaro del pizzo preteso dallo Stato. Ciò che divide gli schieramenti è come estendere la riduzione delle imposte varata all’inizio del decennio scorso.

I Repubblicani vorrebbero che la riduzione fiscale interessasse tutti i cittadini statunitensi, i Democratici in linea con il presidente Barack Hussein Obama vorrebbero che il taglio riguardasse solamente le famiglie con un reddito complessivo inferiore ai 250mila dollari annui, e questo seguendo una demagogia non poi tanto lontana da certi discorsi fatti a casa nostra dalla Sinistra più estrema allorché essa vagheggia di “tasse patrimoniali” e dintorni. Insomma, la Sinistra vuole che chi ha di più (gente che ha di più mica per colpe inconfessabili) non “paghi di più”, ma paghi sproporzionatamente, mentre la Destra vuole che tutti paghino meno. Nel mezzo succede che ridurre le tasse a tutti beneficia tutti, ovvero il sistema Paese nel suo insieme, mentre ridurre le tasse solo ad alcuni azzoppa il circolo virtuoso innescato dalla manovra per mero amor di populismo propagandistico. La riduzione flat delle imposte, infatti – signori, il mondo è piatto –, fa bene a un Paese tanto quanto ne fa la tassazione flat. E qui tornano a bomba un discorso antico e un determinato personale politico oggi in rotta negli USA.

Il discorso antico è quello che dice che se uno persegue bene i propri interessi fa al contempo l’interesse di tutti; i politici in caduta libera sono i Repubblicani non conservatori e i RINO, quelli cioè superati a destra dal popolo dei “Tea Party” e dai candidati conservatori che esso ha messo in piazza. Mi spiego. I “Tea Party” sono un fenomeno conservatore che non solo non coincide con il Partito Repubblicano, ma che questa formazione tiene oggi, entro certi limiti, “in ostaggio”. Talora preferisce perdere il confronto elettorale con i Democratici piuttosto che eleggere dei Repubblicani non conservatori, tanto – dice – è lo stesso. La battaglia dei “Tea Party” nasce – o così è stata più o meno correttamente percepita soprattutto da noi – come rivolta della piazza contro l’eccessiva tassazione di Stato, ma è ben più di quello: l’argomento fiscale è lo strumento mediante il quale promuove una ben precisa visione del mondo, fatta di antistatalismo, difesa dei diritti costituzionali, preservazione dell’identità americana e “princìpi non negoziabili”. Per questo i RINO ai “Tea Party” né garbano né servono.

Epperò, al tempo: alcuni RINO – non tutti, alcuni – sono liberal sul piano etico e culturale, ma (almeno un poco) più conservatori su quello fiscale. Ora: 1) se lo strumento – non l’unico scopo – dei “Tea Party” è la protesta fiscale, la quale, se ottiene la riduzione delle tasse, fa del bene di per sé e poi – pensano appunto i “Tea Party” – aiuta a organizzare la difesa culturale dell’idea “Dio, patria e famiglia” dal relativismo della politica odierna, e 2) se far bene i propri interessi fa bene a tutti, allora 3) i RINO fiscalmente più conservatori potrebbero strumentalmente tornare utili proprio ai “Tea Party” nel momento stesso in cui questi peraltro pensano a come contenerli esclusivamente entro quel recinto per poi disfarsene alla svelta. Mica semplice: e infatti i “Tea Party” non si fidano affatto dei RINO anche più fiscalmente conservatori. Ma noi che americani non siamo e che dunque abbiamo il vantaggio di un’analisi fatta a distanza e un poco più freddamente, il calcolo lo vediamo bene.

Insomma, è paradossalmente probabile che una parte dei RINO, i nemici giurati dei “Tea Party” e viceversa, possano contribuire a ottenere gli scopi che i “Tea Party” si prefiggono proprio contro di essi. Quei RINO contribuirebbero insomma oggettivamente a ottenere la vittoria nella battaglia scatenata dai “Tea Party” qualora questi alla resa dei conti difettassero di qualche numero elettorale decisivo: una battaglia che i “Tea Party” combattono per ragioni diversissime da quelle dei RINO, ma l’esito sarebbe lo stesso. Ecco qui dove il fare scopertamente gl’interessi propri benefica tutti: alcuni RINO sostengono la rivolta fiscale per motivi propri e diversi da quelli dei “Tea Party”, ma alla fin fine avvantaggerebbero grandemente quel movimento che pure, ricambiati, detestano, mentre i “Tea Party” sfrutterebbero l’azione dei RINO fiscalmente più conservatori per motivi specularmente propri fra i quali c’è pure la cacciata dalla scena politica dei RINO stessi.

Ovvio, i “Tea Party” non sono affatto ora disposti a confondersi ancora una volta con i “traditori” RINO, ma alle elezioni di medio termine certi RINO più fiscalmente conservatori potrebbero lo stesso farcela senza di loro (o con il contributo nascosto di qualche “Tea Party” virtuosamente cinico e spudorato). In questo caso, il bandolo della matassa si sposterebbe al giorno subito seguente le elezioni: che farà a quel punto il movimento “senza guida” dei “Tea Party”?, come gestirà la propria scalata a parte del mondo Repubblicano?, come armonizzerà politica e idealismo?, e soprattutto come amministrerà la propria vittoria?, ché quella comunque vada ci sarà nelle menti e nei cuori di milioni di americani, ma anzitutto nell’aver posto sul piatto della bilancia politica del secolo XXI un grande e incancellabile precedente. L’unica cosa certa ora è che dei famosi tagli fiscali dell’era Bush si parlerà dopo le elezioni. Per questo il braccio di ferro in atto fra “Tea Party” e RINO resta d’importanza fondamentale.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute e direttore del Centro Studi Russell Kirk

http://www.loccidentale.it/articolo/per+il+tea+party+sta+per+scoccare+l%27ora+della+battaglia+fiscale.0096773

giovedì 30 settembre 2010

Ecco come il "Tea Party" cambierà il sistema bipartitico americano

Il quadro americano è chiaro. Il Partito Repubblicano è in grande rimonta contro i Democratici, i conservatori dei “Tea Party” sono in ascesa vorticosa e le due cose non coincidono affatto. I “Tea Party” non sono d'accordo nemmeno con il personale politico che il movimento ha comunque apertamente ed entusiasticamente sostenuto durante le primarie in vista delle elezioni di medio termine, personale politico diverso se non addirittura indipendente che solo strumentalmente continua a utilizzare, ora, il nome del Partito Repubblicano.

I “Tea Party” non hanno un leader perché ne hanno molti: tutti coloro, anche noti e famosi, che entrano nel movimento non nutrono alcuna illusione di poterlo egemonizzare appiattendolo monoliticamente su un nome, un'idea, uno slogan. Raccolgono, i “Tea Party”, testimonial, amici, compagni di strada che però restano sempre e solo tali: il movimento, infatti, è il popolo, e per cercare di capire chi lo comanda, chi lo organizza o cosa esso pensa e vuole occorre fare la fatica di girare per i ranch, andare in provincia (la stragrande maggioranza del territorio americano), frequentare bar e pub, chiese e partite di baseball (soprattutto quelle dei ragazzini dove i genitori si assiepano su spalti poveri e legnosi), andare al cinema e mollare le sit-com che invece noi acquistiamo, leggere la letteratura di centinaia e centinaia di advocacy group sparpagliati in un Paese enorme, slegati e amici, cugini e solitari, il più delle volte raccolti dietro nomi oscuri, ignoti, sconosciuti. Quello cioè che non fanno i giornalisti che ne scrivono.

È vero che i “Tea Party” non sono religiosi e non è vero che sono una rivolta fiscale perché il movimento è, per “amerikano” che possa sembrare alle nostre orecchie, entrambe le cose assieme. Una bestia rara, insomma, in cui il rispetto dei princìpi non negoziabili viene esigito da quei signori che stanno a Washington (ai quali il potere è volontariamente e parzialmente delegato dal popolo) per ragioni di partita IVA e viceversa, una galassia omogenea ma non omologa dove abitano sia quelli che lo Stato si abbatte non si cambia sia quelli che le tasse sono belle basta siano poche poche, tanto quelli che l’aborto è omicidio quanto quelli che sfumano di più ma a voce bassa sorbendo oggi un Earl Grey di rivolta in tale fitta compagnia. Insomma, difficile serrarlo nei ranghi questo cavallo brado delle praterie che ha per nome “Tea Party”, fatto di fides et ratio, sentimento ed estetica, cuore e passione, eredità e ragioni. Ci vorrebbe un dettagliato corso di storia e di spirito americano per cominciare a distinguerne i contorni e apprezzarne i contenuti. Tutta roba, appunto, per la quale i cronisti non han tempo.

Il Partito Repubblicano è in grande rimonta contro i Democratici perché i Democratici sono colpevoli di bancarotta politica, i conservatori dei “Tea Party” stanno crescendo impressionantemente perché i Repubblicani sono più volte che no correi di bancarotta morale e culturale, e le due cose si avvolgono l’una dentro l’altra ottenendo alla fine un risultato chiaro e netto: i liberal dell’uno e dell’altro partito perdono terreno ogni giorno che passa mettendo a repentaglio ogni minuto di più la maggioranza che detengono nei palazzi del potere americano.

I “Tea Party” sono del resto pure in continua trasformazione. Può darsi che, come è stato scritto, il movimento sia nato esclusivamente all’insegna della sola rivolta fiscale, ma continuare a ripetere oggi questa formuletta semplicistica è temerario. Può darsi che lo squillo della rivolta sia stato a suo tempo il fattore tasse, ma che l’intera questione si sia rapidamente fatta più complessa è innegabile. Ci sta anche che alcune delle analisi diffuse comunque piuttosto tempestivamente in questi mesi in forma di libro continuino a proiettare sull’intero movimento la luce percepita dagli osservatori (e magari dagli stessi protagonisti) nelle sue prime ore di vita (non falsa, certo, ma sempre più falsante man mano che il tempo passa e la percezione invece di raffinarsi si sclerotizza). A pubblicare i libri, infatti, ci vuole sempre del tempo e cercare di radiografare attraverso di essi un fenomeno come i “Tea Party”, che ogni giorno muovono un passo significativo oltre, paga inevitabilmente il pegno del ritardo.

Saranno insomma (forse) state “solo” di natura fiscale le prime proteste del movimento ma oggi è oramai lampante una cosa: i “Tea Party” ricordano, sull’altro versante dello spettro politico-culturale, ci mancherebbe, la nota boutade sui Verdi i quali quando sono maturi diventano rossi; la difesa delle libertà autentiche ingaggiata dai “Tea Party” è maturata fino a scoprirsi graniticamente “Dio, patria, famiglia”. A lesson in American history. E per trasversale che sia nato, il movimento dei “Tea Party” è ora innegabilmente una potente offensiva conservatrice. Fa quasi venir da pensare che il popolo vero sia la Destra, che l’unico progressismo possibile sia la Destra, che l’unico ecumenismo bipartisan sostenibile sia solo la Destra, nel mezzo accorgendosene anche quelli che in origine venivano da altri cantoni dell’ecumene civile. Right is right, left is wrong.

E mentre il terremoto dei “Tea Party” non cessa di scuotere la scena politica statunitense (e di disturbare i sonni politologici dei nostri commentatori), il suo stato di salubrità si conferma alle stelle, visto che il fuoco di fila scatenato contro di esso dal potere massmediatico (se il mondo parla troppo bene di te gatta ci cova, diceva sant’Ignazio di Loyola [1491-1556]) ha dovuto ricorrere persino alla demonizzazione. Letteralmente. Christine O’Donnell, infatti, la regina delle primarie Repubblicane del Delaware che il 14 settembre ha trionfato con un tetragono programma conservatore, viene ora accusata di essere… una strega…

Restiamo ancora su di lei. Difficile che ce la possa fare a sconfiggere l’avversario Democratico Christopher Andrew “Chris” Coons, certo, ma vediamo perché. Il Delaware è uno Stato della Nuova Inghilterra in larga parte Democratico e per il resto solidamente legato a un Partito Repubblicano a sua volta definito da forti connessioni con l’“impero del denaro”, ovvero la storica famiglia Du Pont, di origini francesi, che nel Delaware è una vera e propria istituzione, legata ad altri potentati quali la famiglia Roosevelt e la famiglia Vanderbilt. Un mondo, insomma, dove contano "certi valori"…

Fatta la somma, si ottiene un tondo risultato liberal. La O’Donnell ha già fatto cappotto sbaragliando il nove volte deputato Repubblicano nonché ex governatore dello Stato, Michael “Mike” Newbold Castle, che era un gran bel pezzo di liberal: cattolico, pro aborto e pro finanziamento federale alla ricerca sulle cellule staminali degli embrioni umani. Insomma, la quintessenza di quelli che negli Stati Uniti definiscono con l'acronimo RINO, cioè “Republican In Name Only”, un Repubblicano solo di nome, non di sostanza, secondo l’idea che i Repubblicani veri siano sempre e soli quelli conservatori e quelli progressisti invece no (anche se le tradizioni dei partiti statunitensi per genoma politico tollerano al proprio interno anime diverse e contraddittorie). Del resto, in aprile, l’organizzazione “RemoveRINOs”, che bolla i propri nemici identificandoli con le carte più alte di un mazzo da poker come si fa con i terroristi internazionali e che fra i RINO annovera pure John McCain, ha assegnato a Castle la palma d’onore dell’asso di picche.

Andare però più in là di così sarà per la O’Donnell impossibile, miracoli a parte. Avrebbe dunque ragione chi sostiene che una candidatura tanto estrema come la sua sotterrerà i Repubblicani? Ebbene, ancora una volta no. Chi verrà sotterrato saranno infatti solo i RINOs e l’establishment miliardario di partito che li sostiene contro il volere della gente. L’esito delle primarie del Delaware dice infatti a chiare lettere due cose precise. La prima è che una parte cospicua della popolazione di quello Stato non è liberal: non vuole né i Democratici né i RINO. La seconda è che quella gente numerosa non è disposta a sostenere oltre la pantomima su cui l’establishment Repubblicano si è sostenuto sin ora, gente che per fugare ogni dubbio ha spedito al partito un siluro di nome Christine che lo ha affondato. Il 2 novembre infatti in Delaware o la Destra di popolo sbancherà il tavolo battendo anche i liberal Democratici (improbabile) rappresentati da Coons oppure porterà a casa il lusinghiero e fondamentale risultato di avere sconfitto i liberal Repubblicani rappresentati da Castle. Comunque vada è già un successo.

Perché si può disquisire fino alle calende greche di Christine O’Donnell e di ciò che pensa, delle sue “intemperanze” e del suo “stile”, ma un fatto è incontrovertibile: 30mila persone circa su una popolazione totale di quasi 865mila abitanti (di cui molti meno sono gli aventi per qualsiasi ragione diritto al voto, meno ancora i votanti registrati, meno ancora i votanti alle primarie, meno ancora i votanti tout cout, com’è storia e prassi negli USA) hanno scelto Christine O’Donnell.

La O’Donnell è stata l’ottavo personaggio politico forte dell’appoggio esplicito del movimento dei “Tea Party” ad avere sbaragliato nelle primarie di quest’anno altrettanti candidati Repubblicani cari all’establishment di partito. Chi stigmatizza e combatte i RINOs crede che una buona parte del Partito Repubblicano sia in buonafede e quindi salvabile, ma oggi i “Tea Party” dicono che non è vero, anzi lo dimostrano. Non perché qualcuno dei “buoni” si candida tra i Repubblicani, ma perché qualcuno che ottiene l’appoggio del movimento in ragione di ciò che già fa quotidianamente surclassa i falsari.

L’ago della bilancia ora è questo, come osserva il fortunato libro Mad as Hell: How the Tea Party Movement is Fundamentally Remaking Our Two-Party System di Scott W. Rasmussen e Douglas Schoen, pubblicato a New York da HarperCollins (la stessa famosa etichetta che pubblica Sarah Palin) il giorno stesso della vittoria della O’Donnell in Delaware. I due autori sono il primo un mago dei sondaggi, il secondo una analista politico di spicco a Fox News. A dar retta a loro siamo solo all’inizio.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute e direttore del Centro Studi Russell Kirk


http://www.loccidentale.it/articolo/ecco+come+i+%22tea+party%22+sta+cambiando+il+sistema+bipartitico+americano.0096444

venerdì 17 settembre 2010

La vittoria della O’Donnell e il conservatorismo Usa

Il conservatorismo è donna con la gonna, almeno negli Stati Uniti d’America. Dopo Sarah Palin, Nikki Haley e un numero davvero cospicuo di nomi (per ora) meno noti ma non insignificanti, l’affermazione elettorale di Christine O’Donnell alle primarie del Partito Repubblicano svoltesi martedì 14 settembre in uno Stato non particolarmente noto per essere un bastione del “fondamentalismo di provincia” qual è il Delaware ha certamente del clamoroso, anche se (oramai) non dell’inatteso.

Clamoroso quel successo lo è poiché, comunque sia, affermazioni di popolo tanto nette per certo personale politico tanto adamantinamente schierato su posizioni culturali opposte ai trend che, comunque sia, vengono più o meno da tutti ritenuti normali, maggioritari e talora persino dominanti è un fatto che ha la forza di mandare a gambe all’aria ogni tavolo precostituito. E non inatteso quell’evento lo è giacché il lungo cammino che da mesi avvicina gli Stati Uniti alle elezioni di medio termine del 2 novembre è stato tutto un susseguirsi di colpi di scena, di vittorie considerate fuori dagli schemi e soprattutto di successi politici dell’ala più rigida e intransigente della Destra americana. Una vittoria insomma, quella della O’Donnell, se non proprio annunciata, sicuramente in linea con quanto sta accadendo nel Paese nordamericano. E quel che sta accadendo nel Paese nordamericano ora è che una concatenazione di congiunture particolari sta generando novità importanti.

Le congiunture sono passeggere, le novità no. Definire certe situazioni “congiunture” non significa infatti ritenerle di secondo piano, bensì valutarle correttamente per ciò che sono: occasioni storiche che favoriscono l’insorgenza di questioni di fondo e di quadro, persino di principio ma con ricadute decisive su realtà di fatto, assai maggiori. La crisi finanziaria globale; lo stato d’inquietudine sociale che pervade il mondo occidentale relativamente a temi come il confronto tra le civiltà; la situazione demografica o il problema energetico-ambientale; la psicologia dell’assedio che specialmente in alcuni quarti degli Stati Uniti pervade molti cittadini rispetto al mondo islamista; la minaccia costante del terrorismo internazionale; lo stato di guerra in cui comunque il mondo vive da almeno 9 anni; certe tematiche fondamentali di natura etica che se non altro gli otto anni di presidenza di George W. Bush jr. (2000-2008) hanno avuto la capacità di rimettere al centro del dibattito (aborto, sperimentazione sugli embrioni, statuto degli embrioni, inizio e fine vita, eutanasia, clonazione, omosessualità e persino evoluzione, su tutto imperando il ruolo minimo, nella prospettiva bushana, o addirittura nullo che lo Stato deve avere per esempio nel finanziarne la diffusione), e così per gli Stati Uniti ma non solo, quantomeno a livello politico (un livello da cui molti ritengono esse debbano stare e siano attualmente fuori, ma non così negli Stati Uniti); e in ultimo la presidenza di Barack Hussein Obama e l’intronizzazione alla Casa Bianca della suo personalissimo modo di condurre la politica frammisto d’inesperienza e d’ideologia (l’Amministrazione Obama è una contingenza) sono stati nella società americana il catalizzatore di un sentimento di rivolta profondo ma affatto viscerale, ancorché talvolta espresso istintivamente, che segna un punto fermo nella storia politico-culturale del Paese. Questo è il vero nodo che occorre tenere presente quando si vedono trionfare le Christine O’Donnell nel Delaware.

Non si ripeterà mai abbastanza, infatti, che quanto sta avvenendo ora negli Stati Uniti in vista delle elezioni di medio termine (le quali sono solo un’altra, e nemmeno delle maggiori, contingenze catalizzatrici di cui sopra) è l’esito della lunga marcia intrapresa a metà del secolo scorso da un nucleo sparuto d’intellettuali che ebbero l’ardire di definirsi conservatori mentre il mondo, e i vicini di casa, sputavano loro addosso, e che la loro “rivoluzione” in quell’ora storica fu semplicemente la riappropriazione di una identità culturale profonda troppo a lungo e colpevolmente dismessa dalla nazione stessa.

Quel call to action – tutto intellettuale, per carità, ma non per questo inefficace – fu del resto la presa di posizione decisa di un mondo di pensiero forte che, reagendo con coscienza alle mille sirene dell’utopia, del progressismo regressista, del “mito rivoluzionario” e del relativismo, “incominciava” a mettere in seria discussione quel mondo moderno che ormai da allora è bell’e che defunto, mettendo di nuovo a disposizione, oggi, praterie sconfinate tutte ancora da scoprire, colonizzare, abitare. Non il sogno struggente di un passato che non può per forza di cose tornare, tutt’altro: ma la nostalgia di un futuro ancora tutto da costruire, se solo ve n’è la possibilità concreta. Non una sentimento “antimoderno” per sport, ma la testimonianza attiva di un modo diverso di abitare e di edificare l’evo moderno. Le Christine O’Donnell e il loro Delaware altrimenti non si spiegherebbero.

Camminarono, quegl’intellettuali conservatori della prima ora che reclamavano un passato tutto futuribile, soli nel deserto fino a che non individuarono anche in politica una chance. Lo strumento furono uomini e volti precisi dentro il Partito Repubblicano, un partito che i conservatori seppero non poco condizionare dall’interno e dall’esterno, tanto da trasformarne molto e sempre più la proposta politica; e questo è durato tra alti e bassi, con successi innegabili e tra sconfitte pure cocenti, fino a oggi.

Oggi il momento storico forse non è diverso da molti altri della storia recente di quel Paese e soprattutto della storia peculiare di quel tentativo di costruire un avvenire diverso, una volta tanto davvero migliore oltre ogni retorica bolsa, ma certamente esso è straordinariamente propizio in forza di quelle contingenze che, tutte assieme, spingono al punto di non ritorno, e così, nel suo grande insieme, quella storia compie un passo in avanti, spicca un grande balzo in là.

Oggi il conservatorismo nato ieri da alcuni pionieri nel deserto, cresciuto poi in un movimento enorme, quindi capace di pungolare la scena politica, bravo nel “costringere” candidati ed eletti a determinate prese di posizione, entra nell’arena in prima persona. Abbandona ogni razzo vettore che lo ha portato sino a qui per pilotare da sé. Non è più a rimorchio, ma siede alla guida. Insomma, ribalta i ruoli. Eccola la chiave di volta per capire il “caso Christine O’Donnell”. Oggi chi fin qui ha confuso Partito Repubblicano e conservatorismo, dovrà cominciare a fare i conti con un soggetto nuovo, almeno nel proscenio politico-elettorale, un soggetto nuovo che continuerà a usare i traini quando e se gli serviranno, ma che sempre più frequentemente deciderà da solo la strada da imboccare.

I “Tea Party”, per la maggior parte inconsapevolmente, e il fatto non è spregevole, stanno modificando così la scena politica statunitense. Domani potrebbero, perché no, umano troppo umano, deludere anch’essi; ma, comunque andrà, la storia politico-culturale di quel Paese non sarà più la stessa. Il precedente da loro posto sarà infatti vincolante. I “Tea Party” sono una “rivolta fiscale”, certo; ma ciò significa solo che il modo di ribellarsi a una modernità fallita scelto ora da un mondo enorme è – contingente come la cause che lo scatenano – quello fiscale. Protestare contro le tasse ingiuste è la cornice più appropriata per fare avanzare sul campo di battaglia truppe leggere e pesanti nel modo più adeguato all’ora presente, ma la guerra è più vasta e profonda.

Assistiamo spesso agli esercizi vuoti di certi commentatori. I “Tea Party” sono solo rivolta antifiscale e non c’entrano con la Destra valoriale, dicono. Quella di oggi non è la Destra “evangelicale” dell’“era Bush jr.”, insistono. Chissà se si può parlare ancora di “Right Nation”, scrivono con molto mestiere e pressoché nessuno strumento tassonomico adeguato a rispondere sensatamente. Quel che non si riesce – non si vuole – comprendere è la natura enorme di un fenomeno che oggi si esprime in un determinato modo, ma che sfida l’andazzo comune su tutti e ciascuno i piani decisivi della politica.

Gli esercizi vuoti dei commentatori, infatti, non riescono ancora a spiegare come il conservatorismo che pareva defunto è tornato più forte e popolare di prima in men che non si potesse dire. Non spiegano come per ogni cittadino antitasse ci sia un difensore della morale naturale. Non fanno la prova del nove immaginando di recarsi a un “Tea Party” qualsiasi, da loro definito “solo” antifiscale, provando a sbandierare un vessillo filoabortista e vedere l’effetto che fa. Non capiscono che esigere una fiscalità più corretta è il modo storico e concreto con cui, da sempre, la società americana fa da sé, proseguendo nel tempo la storia di un Paese assolutamente laico e quindi più religioso di qualsiasi altro in Occidente. E non spiegano quindi i Newt Gingrich che parlando di Vangelo e politica agli angoli della strade, le Sarah Palin che parlando di Dio e Costituzione ai crocicchi, le Nikki Haley “extracomunitarie” innamorate dell’Occidente più degli autoctoni al canto di “Dio, paria, famiglia”, i Rand Paul medici, libertari e antiabortisti figli di altri medici, libertari e antiabortisti (la famiglia e la tradizione non sono acqua), i Glenn Beck dalla retorica tranchant, i molti candidati di colore che rifiutano la retorica del politically correct al grido di “fede e patria”, le schiere di coloro che ormai apertamente, più apertamente che mai, dicono che “Repubblicano” non basta e occorre dirsi “Repubblicano conservatore” ché la differenza è grande e alla bisogna pure solo “conservatore” (i Repubblicani vadano per la loro strada, se non si adeguano), infine le varie Christine O’Donnell.

In Delaware Christine O’Donnell ha sbaragliato i nomi grossi del Partito Repubblicano conquistando la pole position per un seggio indispensabile a ottenere la maggioranza Repubblicana al Senato il due novembre prossimo venturo. Cioè la gente che nel Delaware vota Repubblicano, cioè ancora la gente che lì vuole mandare a casa gli Obama battendo i Democratici alle elezioni d’inizio novembre, sceglie personaggi così. L’elezione per quel seggio è speciale. Nel 2008 lo vinse il Democratico Joseph Robinette “Joe” Biden sconfiggendo proprio la O’Donnell. Poi Biden venne eletto alla vicepresidenza federale è così, a norma di Costituzione federale, quel suo seggio senatoriale nel Delaware venne assegnato ad altri e ora torna in pallio.

Christine O’Donnell è giovane (classe 1969), bella e reazionaria. Nel 1996 ha fondato The S.A.L.T., la Savior’s Alliance for Lifting the Truth, ovvero una organizzazione che fa lobby al Congresso in favore dei “princìpi non negoziabili”. È stata una delle portavoci delle Concerned Women for America, una delle organizzazioni conservatrice ed evangelicali più intransigenti degli Stati Uniti, fondata nel 1979 e diretta a Washington da Beverly LaHaye, moglie di Timothy F. “Tim” LaHaye, cofondatore della Christian Coalition of America. Vale a dire ambienti piuttosto anticattolici, e de facto la O’Donnell per un po’ si è “sentita” evangelicale, ma ciò non le ha impedito e non le impedisce di essere cattolica e cattolicissima. Famosa per l’impegno pro-life, Christine del Delaware è una irriducibile: contraria all’aborto sempre, anche nei casi di stupro o d’incesto, pensa che guardare un film pornografico equivalga a tradire il coniuge; pensa che Dio abbia creato tutto in sette biblici giorni e che l’evoluzione sia una burla, anzi una fede che dunque non va insegnata nelle scuole pubbliche giacché viola il precetto costituzionale di separazione tra Stato e Chiese; e pensa l’Aids si batta certamente con l’astinenza sessuale ma non solo. Lo si fa, pensa, anche smettendo di masturbarsi, e per dirlo, nel 1996, è andato nella tana del lupo giovanilista (gestita da gente di mezza età, come da noi accade nei centri sociali della Sinistra alternativa), il programma Sex In The 90’s di MTV. Ma ve la immaginate nel nostro milieu di “tremate le streghe sono tornate” una che entra in politica con un programma contro la masturbazione e che soprattutto vince? Christine lavorò pure per il superbo think tank educativo Intercollegiate Studies Institute di Wilmington, in Delaware., e questo è un buon segno. Cattivo segno sono alcune questioni imbarazzanti che oscurano (sembra) il suo passato, rette universitarie non pagate, cause legali strane e un pessimo litigio proprio con l’ISI. Ma quand’anche il bicchiere fosse mezzo vuoto, pare che per i suoi numerosissimi elettori democratici conti assi di più guardare al coté mezzo pieno. Basta dare la colpa di tutto ai bifolchi delle farm della provincia del Delaware?



Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiainstitute.it] e direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]

http://www.loccidentale.it/articolo/la+vittoria+della+o%E2%80%99donnell+afferma+il+nuovo+modello+di+%E2%80%9Crepubblicano+conservatore%E2%80%9D.0095801

mercoledì 1 settembre 2010

Anteprima: L'ORA DEI "TEA PARTY" di Marco Respinti

Il popolo degli Stati Uniti d’America è giunto a saturazione. Il “cambiamento” promesso dal presidente Barack Hussein Obama è una delusione colossale. Dal 19 febbraio 2009 la reazione alle politiche perseguite dalla sua Amministrazione ha preso forma attraverso una rivolta popolare e piuttosto trasversale di natura fiscale, i “Tea Party”: un richiamo alla storia e alle tradizioni politiche del Paese, un appello allo “spirito del 1776” e al conservatorismo costituzionale, una formula felice e accattivante.
I “Tea Party” crescono, di continuo, in tutto il Paese. Sono cenacoli informali, riunione di poche decine di persone oppure raduni con migliaia di partecipanti, alcuni famosi, la maggior parte cittadini comuni. Gridano alla politica che la misura della sopportazione è oramai colma, che nessuno ha più voglia, semmai l’avesse avuta prima, di pagare i costi e i danni prodotti da altri, soprattutto da uno Stato sempre più invadente e rapace. La crisi finanziaria mondiale, iniziata negli Stati Uniti con il crollo del sistema surreale dei mutui “allegri”, ha innescato la miccia e oggi continua ad alimentare la protesta, fornendo il quadro di riferimento al movimento. Ma i “Tea party” sono molto più della pur dura e doverosa contestazione dell’Amministrazione Obama e delle sue politiche liberal. Sono il modo in cui sta prendendo vita, nuova vita, il movimento conservatore grassroots, cioè popolare ma non populista, dopo la sconfitta subita dal Partito Repubblicano alle elezioni del 2008, la formazione politica in cui diversi suoi esponenti avevano creduto, almeno in parte, di potersi riconoscere.
Le elezioni di medio termine del 2 novembre 2010 saranno, per il movimento, un banco di prova importante. Non certo la sua tappa finale.
Ecco perché ha senso ripercorrere i tratti salienti di quanto è avvenuto negli scorsi mesi negli Stati Uniti proprio attorno ai “Tea Party”.
Questo libro, che è una raccolta di articoli susseguitisi nei primi sei mesi del 2010, propone quadri, scene, spunti per comprendere un poco di più le dinamiche politico-culturali del "Paese più citato del mondo", ma forse meno conosciuto.

domenica 4 luglio 2010

L'ora dei "Tea party", dalla Introduzione di Marco Respinti

Introduzione

I have not yet begun to fight!
John Paul Jones (1747-1792)



Il popolo degli Stati Uniti d’America è giunto a saturazione. Il “cambiamento” promesso dal presidente federale Barack Hussein Obama è stato una delusione colossale e ad accorgersene per primi, e già a pochi mesi dalla sua elezione alla Casa Bianca, sono stati proprio i suoi sostenitori. Per gli altri, i suoi avversari, si è trattato della triste conferma di un disastro già ampiamente annunciato.
La reazione alle politiche perseguite dall’Amministrazione Obama ha preso forma presto, spontaneamente, e il 19 febbraio 2009 ha colto l’occasione per esplodere in tutta la proprio magnitudo. Ha assunto l’aspetto di una rivolta popolare e piuttosto trasversale di natura fiscale, e si è battezzata “Tea Party”: un richiamo alla storia e alle tradizioni politiche del Paese, un appello allo “spirito del 1776” e al conservatorismo costituzionale, una formula felice e accattivante. I “Tea Party” crescono, di continuo, in tutto il Paese. Sono cenacoli informali, riunione di poche decine di persone oppure raduni con migliaia di partecipanti, alcuni famosi, la maggior parte cittadini comuni. Gridano alla politica che la misura della sopportazione è oramai colma, che nessuno ha più voglia, semmai l’avesse avuta prima, di pagare i costi e i danni prodotti da altri, soprattutto da uno Stato sempre più invadente e rapace. La crisi finanziaria mondiale, iniziata negli Stati Uniti con il crollo del sistema surreale dei mutui “allegri”, ha innescato la miccia e oggi continua ad alimentare la protesta, fornendo il quadro di riferimento al movimento. Ma i “Tea party” sono molto più della pur dura e doverosa contestazione dell’Amministrazione in carica e delle sue politiche liberal. Sono il modo in cui sta prendendo vita, nuova vita, il movimento conservatore grassroots, cioè popolare ma non populista, dopo la sconfitta subita dal Partito Repubblicano alle elezioni del 2008, la formazione politica in cui diversi suoi esponenti avevano creduto, almeno in parte, di potersi riconoscere.
Chi aveva dato i Repubblicani per spacciati in quel frangente ha così dovuto rimangiarsi rapidamente certi giudizi troppo affrettati e spesso affettati, anzi persino basati sulla totale ignoranza della natura stessa del conservatorismo di popolo attivo da decenni, seppur con alterne fortune politiche, negli Stati Uniti, un Paese dove popolo e conservatorismo sono spesso una endiadi. Il popolo dei “Tea Party” è insomma la punta di un esercito popolare agguerrito e indomito. Questo esercito formula la propria sfida utilizzando il tema oggi più cogente e importante, quello appunto dell’ingiusta e smodata pressione fiscale che mina l’indipendenza e la dignità di persone, famiglie e intraprese. Ma la sua battaglia è antica, profonda. Il popolo dei “Tea Party”, il popolo degli Stati Uniti — cioè molti conservatori e qualche liberal di buon senso minimale o comunque certi Democratici poco ideologizzati, oppure meno della media —, sa bene che una comunità umana spogliata dei mezzi principali per assicurarsi mantenimento e difesa è facile preda della tirannia politica per quanto “democratica” essa appaia. Il suo linguaggio è antico almeno quanto la Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776; il suo spirito è tradizionale almeno quanto l’autogoverno di fatto di cui godevano le colonie britanniche in America Settentrionale attraverso quelle libertà concrete e quell’indipendenza sostanziale che l’architettura dell’impero garantiva in nome di una virtuosa tradizione giuridica di derivazione medioevale ancorata alla Magna Carta Libertatum del 1215. Per questo quando Londra cominciò a voltare le spalle a quella storia i coloni decisero di far da sé onde continuare ad assicurarsi quegli stessi benefici.
La forma mentis dei “Tea Party”, insomma, è la stessa della nazione statunitense, un “Mondo Nuovo antico” che affonda le proprie radici nella storia stessa dell’Occidente, da Gerusalemme, ad Atene, a Roma e fino a Londra. Dentro, c’è tutta la teoria classica della politica, un concetto di democrazia rappresentativa e di federalismo antichi quanto la Grecia dell’epoca d’oro, una idea di autogoverno basato sul concetto di libertà responsabile e di dignità della persona che è il regalo fatto al mondo dalla tradizione giudeo-cristiana, l’eredità medioevale di “quando lo Stato non c’era” e si stava meglio, e il sacrosanto diritto alla resistenza contro il dispotismo che ne consegue.
Quanto ne siano coscienti gli animatori stessi dei “Tea Party” è ben difficile dirlo, ma del resto importa poco. Quello spirito, quell’anima sono vivi dentro gli americani, figli dell’Europa e grand’europei, da sempre, che lo sappiano o meno. Anche se è vero che un certo vocabolario “pesante” e qualificato, e se ne parla nelle pagine che seguono, comincia ad affiorare negli Stati Uniti proprio per merito dei “Tea Party”…
Ebbene, i “Tea Party” rappresentano oggi la sanior pars del mondo americano, della sua tradizione conservatrice. Il loro altro nome è “fusionismo” — anche di questo si parla più oltre —, la loro realtà l’essere laici sul serio e però religiosi, pro-life e pro-market, e l’una cosa poiché l’altra e viceversa, al contempo tradizionalisti e libertarian, pionieri e padri di famiglia assieme.
Le elezioni di medio termine del 2 novembre 2010 saranno, per il movimento, un banco di prova importante (per tacere dell’Amministrazione Obama...). Non la sua tappa finale, certo. I “Tea Party” continueranno, infatti, comunque vada. E tra le loro fila c’è addirittura chi ora si augura di non ottenere subito un successo elettorale (diretto o indiretto) troppo ampio che potrebbe ubriacare oppure destare il revanchismo degli avversari.
Ma in quel frangente alcuni nodi verranno certamente al pettine. Il movimento si conterà, si misurerà, comprenderà finalmente quanto il Partito Repubblicano, che non è il suo padrino né la sua unica arma politica, avrà voglia di schierarsi sul serio con la gente, con le famiglie, con le intraprese.
Ecco perché ha forse senso ripercorrere alcuni tratti salienti di quanto è avvenuto negli scorsi mesi negli Stati Uniti attorno ai “Tea Party”.
Questo libro è una raccolta di articoli che si sono quasi tutti susseguiti nei primi sei mesi del 2010: propone quadri, scene, spunti. Non ha alcuna pretesa di completezza né di cronologia sistematica. È un’agenda, un diario. Del resto, la sua compilazione si ferma, volutamente, al mese di luglio 2010, punto fermo equilibrato per riflettere sullo scenario statunitense qualsiasi cosa poi accada dopo (ci sarà peraltro tempo e modo per seguire ancora oltre queste vicende).
Ma forse ce n’è già a sufficienza per comprendere qualcosa in più — qualcosa di meno estemporaneo — circa la sfida elettorale del 2 novembre e forse — cosa che mi pare la più importante rispetto a quel pur importante momento di “sondaggio” dell’umore politico del popolo statunitense che sono le elezioni — per inquadrare alcune delle caratteristiche del movimento conservatore nordamericano stesso, addirittura raccogliendo elementi non transeunti, ancorché legati spesso alla cronaca, in vista, perché no?, di una storia sistematica delle idee di quell’importante movimento di pensiero, comunque da redarsi più ampiamente altrove.
Da noi, dei “Tea Party” la stampa si è accorta tardi, e non sempre ha ben inteso la natura autentica del fenomeno.
Personalmente, ho assai volentieri approfittato dell’ospitalità gentilmente offertami da Giancarlo Loquenzi, direttore del quotidiano web edito a Roma “l’Occidentale. Orientamento quotidiano”, che mi ha permesso di seguire “in diretta” alcune fasi della protesta antiobamiana attraverso la redazione della rubrica settimanale del giovedì Tea Party. Cronache del mondo conservatore. Altre mie incursioni in quel mondo hanno trovato invece spazio su “Libero quotidiano”, e di ciò ringrazio vivamente il direttore, Maurizio Belpietro, e il responsabile della pagine culturali, Francesco Borgonovo, o su “cronache di liberal”: qui il ringraziamento, altrettanto sentito, va al direttore, Ferdinando Adornato, al vicedirettore Andrea Mancia e all’intera redazione (ho davvero un mucchio di amici laggiù).
Ho scelto insomma di riorganizzare alcuni dei materiali da me prodotti sulla stampa italiana al fine di cominciare a offrire qualche ragionamento minimamente coerente su quel fenomeno importante in atto negli Stati Uniti, ma ricco di fan e d’imitatori anche in Europa, persino in Italia. Non è certo, il presente libro, un trattato completo di sociologia o di politologia, e nemmeno di storia. È piuttosto — come detto — una cronaca, parziale, di alcuni suoi elementi che ho, questo sì, l’ardire di definire importanti. Riletta ora, a breve distanza dalle elezioni americane del 2 novembre, questa filiera un poco riorganizzata e ragionata può, credo, risultare di qualche utilità. E dopo il 2 novembre questi materiali potranno almeno cercare di contribuire a salvare dal tritatutto della stampa quotidiana certi aspetti significativi di quella cronaca che, quando è capace di riportare fatti salienti, inizia a trascolorare virtuosamente in storia.
Ho pensato opportuna anche un’appendice che permetta di rievocare le dinamiche dei due ultimi momenti elettorali nazionali forti vissuti dagli Stati Uniti — il 7 novembre 2006 e il 4 novembre 2008 —, ovvero contribuire a valutare come il Paese nordamericano è giunto alla situazione politica — esplosiva – odierna. A leggere certe cronache disordinate, soprattutto nostrane, sembra che i fatti e le idee siano sempre privi di conseguenze, che le persone e i movimenti nascano “sotto il cavolo” nel giro di una notte, e che tutto sia sempre e solo fatto per la memoria corta. Ma non è così. A farsi ammaestrare, almeno un poco, dalla storia, anche quando si affronta la cronaca, ci si guadagna sempre.
Sono ancora convinto, del resto, che quanto scrissi quattro e due anni fa a ridosso delle elezioni, di medio termine prima e presidenziali poi, continui a conservare caratteri di novità talora fin sorprendenti. I due testi dell’appendice, assai diversi nello stile dalle cronache che li precedono qui su carta ma che invece li seguono cronologicamente, abbondantemente annotati, assomigliano per molti versi a schede tecniche. Non hanno mai avuto l’intenzione di essere altro, e forse il loro valore è proprio questo. Ringrazio quindi Giovanni Cantoni, direttore di “Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica”, associazione di cui mi onoro fare parte oramai da più di due decenni, per avermeli a loro tempo commissionati, per avere poi pungolato le mie lentezze, per non aver mai lesinato consigli strada facendo, infine per averli pubblicati.
Tutti i testi raccolti in questa sede sono le versioni originali e complete degli articoli pubblicati sulla stampa periodica. Non ho intenzionalmente fatto alcuno sforzo per armonizzarli, ché il solo ipotizzarlo avrebbe stravolto il piano dell’opera. Mandare in replica una cronaca ha i suoi vantaggi, se se ne accettano le regole. Ho dunque corretto solamente i refusi e gli errori, ho inserito date di nascita e morte di personaggi e figure laddove ciò si fosse nel frattempo reso necessario, ho uniformato il modo delle citazioni, dei rimandi in nota e dei segni d’interpunzione, non mi sono fatto spaventare dalle ripetizioni e solo in casi rarissimi ho aggiunto elementi necessari, a distanza di tempo, per una più corretta comprensione dei testi. Ben altro occorrerebbe fare per redigere un trattato o un saggio storiografico, ma certo non in questa sede, per scelta.
Dunque, dei testi qui radunati, sul quotidiano “cronache di liberal” sono stati pubblicati, tutti nel 2010, anno XV del periodico edito a Roma: La cerimonia (americana) del tè, con il titolo Il popolo americano contro Obama (n. 1, 5 gennaio, pp. 12-13); Obama un anno dopo, con il titolo Right Nation alla riscossa, e Scott Brown, l’incubo dei Democratici (n. 11, 19 gennaio, pp. 14-15); La débâcle dei Kennedy e la “vendetta” di Federer, rifuso e suddiviso in due testi pubblicati con i titoli La débacle dei Kennedy e La vendetta di Federer (n. 13, 21 gennaio 2010, rispettivamente p. 2 e p. 3); Petrol-tasse, con il titolo, Ma ora i “Tea Party” hanno un’arma in più (n. 91, 13 maggio); e Bipartitismo a rischio, con il titolo No Obama? Tea Party (n. 116, 17 giugno, pp. 18-19).
E adesso controrivoluzione è uscito su “Libero quotidiano” (anno XLV, n. 56, Milano, 7 marzo 2010, p. 26), con il titolo Europa, preparati agli anti-tasse. Nacque come una corrispondenza da Bruxelles, in occasione di un incontro internazionale fra europei e nordamericani a cui fui invitato, e come tale l’ho lasciata anche in questa sede. L’argomento “Tea Party” divenne subito, nonostante non fosse di per sé il tema specifico di quel simposio dedicato alle “libertà”, il piatto forte.
Anche Una tempesta perfetta per abbattere Obama, intervista a Leslie Eastman, cofondatrice della Southern California Tax Revolt Coalition di San Diego, in California, è comparso, con il medesimo titolo, su quel quotidiano milanese (anno XLV, n. 145, Milano, 19 giugno 2010, p. 35).
Mitch Daniels: mercato e diritto alla vita è stato pubblicato il 4 marzo 2010, con il titolo È un repubblicano di origini siriane l’ultima stella del GOP, su “l’Occidentale. Orientamento quotidiano”, nella rubrica settimanale Tea Party. Cronache del mondo conservatore. Anche gli altri articoli qui raccolti e tratti da quella testata online sono stati pubblicati nell’ambito di detta rubrica nel 2010: Falsi problemi, con il titolo In America i “Tea-Party” fanno concorrenza alla Destra evangelica (18 marzo); Persino il Massachusetts, con il titolo La rimonta elettorale dei Repubblicani passa di nuovo dal Massachusetts (8 aprile); Pensando alla Corte Suprema, con il titolo A Obama non conviene avere un nuovo giudice liberal alla Corte Suprema (15 aprile); Ma quali estremisti…, con il titolo Il “Secondo emendamento” è un altro modo di ribellarsi a Obama (22 aprile); I dieci grattacapi dei Democratici, con il titolo La “sporca dozzina” che ha tolto il sonno al Presidente Obama (29 aprile); Il cuore “fusionista”, con il titolo “Fusionismo” è la parola magica per capire cosa sono i Tea Party (6 maggio); Pensata alla Corte Suprema, con il titolo Obama ha scelto Elena Kagan perché è la “faina” dei Democrats (13 maggio); Rand Paul, la sveglia, con il titolo Il “Tea Party” ha suonato la sveglia. I Repubblicani si sveglieranno? (20 maggio); Newt Gingrich, proprio lui, con il titolo Newt Gingrich è tornato per dire che in America non c’è politica senza fede (27 maggio); Attenzione a Sarah Palin, con il titolo Anche se non l’amate rassegnatevi. Sarah Palin riserva altre sorprese (3 giugno); Nikki Haley, che non fa l’indiana, con il titolo Quella di Nikki Haley è stata una vittoria del popolo repubblicano (11 giugno); e Nikki, come volevasi dimostrare, con il titolo In America si è risvegliata la “Right Nation” (24 giugno).
Gli articoli dell’Appendice sono stati pubblicati in “Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica”, edito a Piacenza: 7 novembre 2006: «Gli Stati Uniti d’America sono ancora un paese conservatore» (anno XXXIV, n. 337-338, settembre-dicembre 2006, pp. 3-14) e Stati Uniti d’America, 4 novembre 2008: l’elezione del 44° presidente federale (anno XXXVI, n. 349-350, settembre-dicembre 2008, pp. 41-48).
Questo volume inaugura la collana US Polis, promossa dal Columbia Institute (www.columbiainstitute.it), che presiedo a Milano; alcuni dei volumi che essa accoglierà saranno altresì promossi anche in collaborazione con il Centro Studi Russell Kirk, che dirigo nella medesima città lombarda.
Un sincero ringraziamento va dunque all’editore, Marco Solfanelli, per avere entusiasticamente accolto l’idea della collana editoriale, per i consigli intelligenti e per la disponibilità squisita a intraprendere, assieme, questa avventura culturale.
Se si tiene conto anche delle brumose origini remote, sono più di due decenni che mi cimento con il multiforme mondo conservatore nordamericano. Facciamo cifra tonda. Questo volume (direttamente: indirettamente l’intera collana) è dedicato a tutti gli americani che, in vent’anni di quest’attività culturale e di codesta osservazione per partecipazione, mi sono divenuti sempre amici, talora preziosi maestri.


Milano, 4 luglio 2010